Dottoressa mio figlio non mi vuole mangiare! (Parte 1)

Genitori figli alimentazione  Rieti

DOTTORESSA MIO FIGLIO NON MI VUOLE MANGIARE!

IL CIBO E L’ALIMENTAZIONE COME VEICOLI DI COMUNICAZIONE E RELAZIONE

(prima parte)

Spesso arrivano nel mio studio, in consultazione mamme e coppie genitoriali che lamentano difficoltà riguardo l’alimentazione dei loro bambini, difficoltà significative a tal punto da aver reso il momento del pasto un vero e proprio inferno, che sembra  coinvolgere non soltanto la coppia madre-bambino ma anche il papà e, tutto, il resto del sistema  familiare.

L’alimentazione del “piccolo di casa” diviene, a volte, una vera e propria questione di famiglia, che vede la mamma, in particolare, preda di un profondo senso d’inadeguatezza, frequentemente, appesantito da pressioni che provengono dall’ambiente esterno, in cui tutti, sembrano essere pronti a fornire indicazioni, commenti, e consigli più o meno richiesti, su: quanto, cosa e come, il bambino deve mangiare.

Tutti mi dicono: “- Questo bambino dovrebbe mangiare come si deve!… “Questo bambino è un po’ viziato eh! A pranzo si mangia non si gioca!”come a volerti accusare che non ti prendi cura di tuo figlio nel modo giusto!

Quando rifiuta il cibo io non mollo ! Sto lì con la santa pazienza anche più di un’ora ma niente non c’è verso!Non mi vuole mangiare!

Io alcune volte… non ce la faccio più e mi viene da piangere mentre provo a dargli da mangiare…

Quando arriva il momento della pappa mi sale l’agitazione perché già so cos’accadrà!! Oramai per me è diventato un incubo, una lotta…. È veramente brutto aver paura che arrivi l’ora di mangiare!

Queste, sono solo alcune delle frasi che sento spesso pronunciare dalle mamme  e che, di fatto, descrivono una situazione molto comune in cui si ritrovano molte di loro; una situazione in cui finiscono per stabilirsi e consolidarsi dinamiche psicologiche molto forti e, talvolta, inficianti la relazione con il  proprio bambino e non solo…

Non di rado accade, infatti, che la madre si convinca che le difficoltà alimentari del figlio siano una sua colpa perché: non ha preparato in modo adeguato il cibo, non ha saputo proporglielo nel modo giusto o addirittura, non ha saputo educarlo bene; cosi come, non è rara la situazione per cui, il rifiutare il cibo da parte del bambino, venga vissuto dalla madre come una questione personale, cioè come  una sorta di atto ostile agito dal  figlio nei suoi confronti:

“Quando è ora del pasto non mi mangia!” o “Mi rifiuta ciò che gli ho preparato con tanto amore”, “È come se mi volesse fare un dispetto! Mangia solo quello che vuole lui!”.

In questo modo, la lotta per mangiare, pian piano, si trasforma in un falso conflitto emozionale, che viene espresso attraverso frasi del tipo: “Se vuoi bene a mamma, mangia !... Se non mangi mamma non ti vuole più bene” oppure “mamma piange!”  o peggio “- la Madonnina piange!”.

La madre  finisce, dunque, per farsi travolgere e travolgere il  suo bambino in  un conflitto interiore, che la porta da un lato a mettere in dubbio le sue capacità e competenze materne e dall’altro a sentirsi ferita emotivamente come persona.

È chiaro come questa situazione abbia delle conseguenze non soltanto nella relazione a due, tra mamma e figlio, ma anche in quella a tre, che include la figura paterna. Il malessere che si costruisce intorno al momento del pasto comporta nella donna un profondo senso di frustrazione, solitudine e rabbia, emozioni queste che a volte vengono riversate nella relazione di coppia creando o alimentando, profonde tensioni.

Molto spesso accade, infatti, che la mamma dia sfogo alla dirompenza di certi vissuti emotivi accusando papà di: menefreghismo, assenteismo, minimizzazione, ma soprattutto di una mancata comprensione di quanto difficile sia, per lei, affrontare tutto da sola.

Perché mio figlio non mangia come dovrebbe?

Il nutrire e l’alimentarsi come importanti atti di relazione affettiva e di comunicazione

Allora che fare? Innanzitutto restituiamo, alla mamma ed al papà, le legittime competenze riguardo all’alimentazione dei propri figli, e quindi la scelta delle modalità più consone per curare il momento del pasto! Cerchiamo poi, insieme, di comprendere che:  il nutrire e l’alimentarsi non sono solo atti finalizzati alla soddisfazione del bisogno fisiologico di sopravvivenza ma costituisco, anche, importanti atti di relazione affettiva e di comunicazione che coinvolgono il bambino ed i sui caregivers.

È solo riconoscendo la natura, anche relazionale ed affettiva del momento del pasto, che per mamma e papà,  diviene possibile far chiarezza e riuscire comprendere ed accogliere, il messaggio che sottende il comportamento alimentare, a volte complesso, del  proprio bambino.

Come sottolinea Montecchi (2009): nei bambini, le condotte fisiologiche tra cui quella del mangiare, in condizioni di buona salute, se lasciate funzionare spontaneamente non creano problemi, fintanto che non diventano una modalità stabile per comunicare un disagio o comunque emozioni sgradevoli.

È importante chiarire, inoltre, che ogni bambino è diverso dall’altro, anche, in merito ai cicli di fame-sazietà e che, difficoltà alimentari transitorie sono molto comuni durante l’infanzia in particolar modo, in alcuni momenti critici dello sviluppo sia individuale che familiare.

Nel cercare di comprendere ed affrontare le comunicazioni sottese alle modalità alimentari del proprio figlio, a volte complesse, fondamentale è la risposta, che la famiglia è in grado di dare, in termini di flessibilità e tolleranza o di ansietà e rigidità e dunque di accoglimento e/o chiusura.

Il cibo: veicolo di relazione affettiva e comunicazione

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A partire dalla nascita, la relazione del bambino piccolo con la propria madre è strettamente connessa con la funzione alimentare, per cui il cibo, già a partire da questa fase evolutiva,  costituisce un importante veicolo di messaggi che riguardano la dimensione relazionale ed affettiva tra i due e tra il neonato ed il mondo esterno.

Il primo rapporto che il bambino ha con il mondo esterno avviene, proprio attraverso l’assunzione del  cibo/latte, nell’ambito della più importante delle relazioni: quella che coinvolge, per l’appunto, la diade mamma-bambino.

L’allattamento costituisce un’importante esperienza relazionale di base,  in cui la mamma ed il neonato, oltre al nutrimento, si stanno scambiando un vero e proprio codice affettivo e relazionale che resterà nella loro memoria per sempre.

Winnicott, affermava che: l’allattamento al seno rappresenta la prima forma di comunicazione in grado di condizionare le successive esperienze comunicative e relazionali nella vita dell’individuo. Durante l’allattamento, non viene semplicemente offerto del latte ma si viene a creare un vero e proprio legame tra la mamma ed il neonato: il latte “della mamma” e quello “che dà la mamma”, non è solo cibo ma, anche, e soprattutto, relazione.

Al momento della poppata, all’interno della diade madre-bambino, si instaura e definisce un rapporto speciale, caratterizzato da fiducia reciproca, in cui, i ritmi della suzione e del respiro del neonato descrivono i ritmi di un’importante comunicazione tra i due, che consentirà alla mamma d’apprendere, gradualmente,  a riconoscere, i messaggi che il suo bambino le invia ed a quest’ultimo, di sentirsi compreso ed accolto.

In particolare, la  mamma  se riuscirà a dare ascolto ed accoglimento alle preziose comunicazioni che il figlio le invierà, nel momento della poppata e/o del pasto, avrà modo di: accettare e riconoscere la capacità del neonato, prima, e del bambino, poi, di autoregolarsi nell’assunzione di cibo e, soprattutto, di comprendere che, quando piange, non sempre esprime il bisogno della fame ma, molto spesso, anche quello di essere pensato e riconosciuto  come soggetto unico.

Il cibo e la funzione nutritiva fin dall’inizio della vita s’intrecciano, dunque, ad una dimensione strettamente affettiva, per cui il nutrirsi e l’esser nutrito per il neonato e per il bambino costituiscono importanti veicoli non soltanto di sostanze nutrienti ma anche di messaggi che riguardano la relazione con l’Altro significativo.

Il latte/cibo oltre  a soddisfare il bisogno fisiologico della fame assolve anche il bisogno del  bambino di sentirsi:desiderato, accolto riconosciuto e rassicurato.

Attraverso la bocca il bambino approfondisce la sua conoscenza del mondo (conoscenza che ha avuto inizio, ancor prima della nascita, durante la vita intrauterina) e dei suoi oggetti, per cui il mangiare o il rifiutare il cibo sono azioni che implicano a livello simbolico, l’accettare o rifiutare qualcosa che proviene dall’altro e dall’esterno.

In questo modo, il cibo e l’alimentazione divengono termini di un primitivo linguaggio del bambino con la madre e con l’intero sistema familiare, che lo accompagneranno quale prezioso strumento di comunicazione,  durante tutto il processo evolutivo ma, anche, in quelle circostanze in cui, non conoscendo le parole per esprimere il suo disagio, ne avvertirà il bisogno.

In questa chiave, il momento del pasto diviene anche, un momento di scambio relazionale e comunicativo e l’atto del cibarsi diviene un atto sociale e veicolo di messaggi affettivi. La stretta connessione riconosciuta tra nutrimento e comunicazione spiega il perché il malessere del bambino possa a volte, esprimersi anche attraverso il comportamento alimentare. L’ora del pasto può divenire contesto d’espressione di un disagio interiore che al momento il bambino non sa nominare in altro modo, a chi si prende cura di lui.

Se il pianto e le esigenze del bambino non vengono interpretati correttamente e non si distingue il pianto dovuto alla fame, da quello che esprime, in realtà, una richiesta di vicinanza e di contato con la madre, si rischia di rispondere sempre alle comunicazioni del piccolo, in unico modo, cioè attraverso il cibo, confondendo il piano dei bisogni e delle cure con quello del desiderio di essere accolto e riconosciuto.

La tendenza a consolare un bambino che piange,  offrendogli il biberon o dandogli in mano un biscotto, non soltanto invia un messaggio confusivo e che agita il bambino, ma può, anche,  lasciar strutturare in lui la convinzione che il cibo possa essere un rimedio efficace per tutte le esperienze spiacevoli. Inoltre, l’interiorizzazione di un rapporto distorto col cibo può indurre il  bambino a controllare la relazione con l’altro utilizzandolo come arma di ricatto.

La qualità del rapporto cibo-emotività interiorizzato dal bambino dipenderà, dunque, anche dalla sensibilità della madre e di chi si prende cura di lui, nel saper interpretare ed accogliere adeguatamente i bisogni che esprime attraverso il pianto e/o quelli che posso sembrare dei capricci.

Il cibo come espressione dell’individualità ed autonomia del bambino

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Un altro aspetto fondamentale, che spesso viene dimenticato o non considerato nel giusto modo, è che: ogni bambino è diverso da un altro, con una sua specifica personalità e quindi, anche, con uno schema di alimentazione e di crescita, del tutto personale.

Essere in grado di riconoscere questo aspetto, di diversità e peculiarità che contraddistingue il processo di crescita di un bambino da quello di un altro, consente ai genitori di sentirsi sollevati da certe preoccupazioni e di comprendere ed accettare che, se ad esempio, il proprio bambino non pesa quanto quello dell’amica, seppur coetaneo, questo non vuol dire che abbia dei problemi.

L’alimentazione, oltre a rappresentare per il bambino una modalità relazionale molto importante, poiché ne favorisce la conoscenza del mondo esterno, costituisce per lui, anche, un modo per esprimere ed esercitare un proprio spazio decisionale. Ecco che Il primo incontro dei genitori con l’individualità del figlio passa proprio attraverso le sue scelte alimentari.

L’ingoiare-sputare e il digerire-vomitare del neonato e del bambino costituiscono le prime modalità utilizzate per esprimere e comunicare al mondo esterno, ed in particolare a chi si prende cura di loro, le loro preferenze, ciò che accettano perché lo ritengono buono e ciò che rifiutano perché lo percepiscono come cattivo.

Verso i 3-5 anni d’età i bambini hanno già ben chiari i cibi che gradiscono di più e quali di meno o per i quali hanno un’avversione; così come dimostrano di aver acquisito la ritmicità dell’apporto di cibo : colazione, pranzo, merenda e cena. Si tratta di acquisizioni che, non sono conseguenza di un insegnamento razionale ma esito di quel processo imitativo che accompagna la crescita di ogni bambino, per cui fondamentali sono la condivisione e l’esempio dato dai genitori ma anche l’osservare i coetanei consumare nuovi cibi.

Attraverso l’alimentazione Il bambino, dunque, afferma tra l’altro,  la sua autonomia.

Durante il processo di crescita che va dall’allattamento, allo svezzamento e poi alla transizione verso l’alimentazione autonoma, il bambino acquisisce, gradualmente, importanti abilità di auto-regolazione e di interazione sociale, che ne caratterizzeranno anche il percorso di vita successivo, quello dell’età adulta.

Il comportamento alimentare dei bambini, dunque non deve essere considerato solo come qualcosa che va educato e modificato secondo gli ideali alimentari dei genitori, ma va da quest’ultimi inteso, anche, come qualcosa  da comprendere, veicolando, spesso, importanti comunicazioni del e sul proprio figlio.

Dr.ssa Lorella Carotti
Psicologa e Psicoterapeuta Rieti

Consulenza e Sostegno Psicologico: all’individuo, alla coppia ed alla famiglia

Consulenza per Cooperative ed Associazioni che gestiscono servizi socio-sanitari ed educativi

Psicoterapia individuale (adolescenti e adulti)

Psicoterapia di coppia

Psicoterapia Familiare